
Di solito il marketing avverte: su un blog o una pagina social non si dovrebbero pubblicare testi troppo lunghi, nessuno li leggerebbe.
In effetti avevamo pronto per Paul Di Pasquale un estratto più breve.
Ma stamattina ci siamo imbattuti nella sua prima bozza, quella che inizialmente ci aveva mandato.
E abbiamo deciso: il testo vale, lo pubblichiamo integrale.
EXIT non è un blog, non è un algoritmo: è uno spazio di poesia.
Buona lettura.
— Mio Dio, sai a chi somigli adesso?
— A chi?
— A Maria Timofeevna.
— A quale Maria Timofeevna?
— Ma sì, Maria Timofeevna Lebjadkina!
Sorella del capitano Lebjadkin, moglie di Nikolaj Stavrogin.
E tu, Maria,
non sei che lingua muta,
custode d’un idioma
che arde anche nella morte.
Un dialetto di fuoco
parlato solo dai muri,
vocabolario di sguardi
che non traducono
nulla.
“E tutto ciò che era carne
tornò parola.”
(– sussurro d’Arsenij)
Maria, sei l’icona
che non fu mai dipinta.
Solo vetro e fiato,
solo assenza che si moltiplica.
Ti vedemmo tra le betulle,
Una
macchia
d’oro
nella
pellicola
bruciata.
Lo specchio ti rimandava
con la faccia del tempo.
Non eri madre,
eri madre della memoria.
Ogni oggetto che tocchi
si fa reliquia.
Ogni parola che non dici
diventa profezia.
E nel sogno tuo,
l’infanzia cammina su vetri
senza ferirsi mai.
“Non c’era forza al mondo
che potesse separarci…”
Ti
chiedemmo salvezza,
e ci rispondesti con l’ombra
di una mano sulle tende.
Ci
chiedemmo chi eri,
e fosti solo
Uno
specchio
non
riflesso.
Ti sei vista?
Nel riflesso?
No.
Non c’eri.
Solo
la stanza vuota,
la finestra aperta,
il vento che sbatte
contro le tendine
come pugni.
Maria!
Ti fecero icona:
d’oro,
di lacrime,
di attese.
Ma sei solo
una donna
senza tempo,
che ha dimenticato
di ricordarsi.
La tua infanzia?
Bruciata
sotto
la
corazza
del sogno.
Ti chiamammo
madre.
Ma eri miraggio.
Una statua
fatta di suono rotto.
Tu,
che non dicesti mai:
“Salvati.”
Ma solo
abbassasti lo sguardo
come chi
non sa leggere
i propri figli.
Maria!
e se mai
il tuo specchio
rifletterà il nostro grido,
almeno spaccalo.
Con la tua voce.
Con la tua assenza.
Con quella lingua
che brucia,
ancora,
nella notte.


