MANIFESTO EXIT

Scrivere una dichiarazione di intenti è sempre pericoloso: il rischio è credere che il programma preceda l’esperienza, mentre invece ne è il frutto imperfetto, in continua trasformazione.

EXIT, il blog, nasce dalla rivista e ne amplifica il percorso.
È una propagazione, non una cornice.


I. LA GEOGRAFIA ORIGINARIA

1. La Soglia

EXIT nasce da una soglia.
Un punto in cui la lingua si incrina, il corpo cambia ritmo, la città si apre come una fenditura.
Uscire non significa fuggire: significa diventare porosi, lasciare che altre energie passino attraverso di noi.

EXIT quindi è una rivista, un blog, un insieme di convergenze composto da comunità momentanee e non. Ma prima di tutto è  un campo: un territorio simbolico dove la poesia incontra l’arte, dove la metropoli dialoga con il silenzio, il pieno con il vuoto, la quantità con la solitudine, dove l’io si disfa e si ricompone in una lotta perenne tra liberazione e auto-imposizione.


2. Margine

Scegliamo il margine come luogo fertile, non come periferia.
È qui che la lingua si rinnova, che la percezione si affila, che l’identità diventa relazione.

Il margine non è un confine: è una possibilità. Abitare il margine significa accettare che nulla è stabile, che ogni gesto è attraversato da forze esterne, che la lingua — vista da fuori — si fa più viva, più inquieta, più necessaria, refrattaria al nuovo evanescente come al vecchio sclerotico.

3. Porto

Il margine è la condizione di EXIT; il porto è la sua forma di vita.

Il porto non è solo viaggio. Non è solo il movimento continuo, né solo l’epica dell’attraversare il mondo. Il porto, assunto come casa, ne è l’opposto: un luogo abitato che non smette mai di essere attraversato.

Vivere in porto significa questo: restare fermi e lasciarsi toccare dagli arrivi, abitare una casa che non è mai del tutto chiusa, esporsi a correnti che portano alterità, accenti, immaginari.

Chi vive in porto non va nel mondo: è il mondo ad arrivargli addosso.

Berlino è un porto terrestre: una banchina urbana, una città che accoglie e lascia ripartire. Ogni voce resta un tempo indeterminato, poi riprende la sua traiettoria. E chi resta diventa custode di un movimento che non gli appartiene e, allo stesso tempo, lo costituisce.

EXIT nasce in porto.
Nella postura di chi abita il margine come luogo reale, di chi tiene insieme radici e transito. È qui che l’italiano — contaminato non necessariamente da altre lingue ma da un altrove — diventa più perforato, più aperto. È qui che la poesia diventa disturbo fertile.

È una condizione che diventa metafora per chiunque si senta un Ex, per chiunque voglia addossarsi il compito di vivere fino in fondo la condizione che il nostro tempo ci dà.

Margine e porto: questa è la nostra geografia. Un bordo che non chiude, un punto d’attracco che non trattiene. Un luogo fisso attraversato da correnti continue.


II. I COROLLARI

Tutto ciò che segue nasce da questa posizione originaria.
Sono i suoi effetti, le sue emanazioni, le forme in cui un’apertura si incarna.


Allora il Corpo

Il corpo è il primo spazio poetico. Scrivere significa ascoltare ciò che vibra sotto la superficie: respiro, Atmen, stanchezza, desiderio, memoria, così come ciò che dall’esterno lo tocca.

Abbiamo bisogno di una poesia che non tema la corporeità, la sua libido né la sua fragilità.


Allora la Metropoli

Berlino è il nostro terreno d’origine, ma non il nostro limite. La città è un laboratorio: un rumore, movimento, intreccio, costruzione e rovina. Cerchiamo nelle strade la stessa tensione che cerchiamo nei testi: un ritmo, una fenditura, una corrente.


Allora la Natura

La natura non è fuga bucolica, ma cosmo che ci attraversa.
Una foresta di processi, interdipendenze, metamorfosi.
La poesia può ricomporre il legame tra organico e inorganico,
tra umano e più-che-umano.


Allora l’Alterità

L’altro non è un ostacolo: è una breccia.
La rivista nasce per poeti italiofoni che vivono nel mondo, non per proteggere una lingua ma per esporla a ciò che trasforma l’io scrivente, ciò che lo rende altro.


Allora la Tecnologia

La tecnologia non è il contrario della poesia.
È un’estensione dell’ascolto, del corpo: interferenze, attriti, possibilità, una dialettica tra libertà e pericolo di controllo.
Ci interessa il punto in cui il digitale diventa intensità e non pura saturazione.


Allora l’Immaginazione

L’immaginazione — il pensiero poetante, immaginifico, mitico, simbolico — non è evasione: è conoscenza. È vedere ciò che non c’è ancora ma preme. Sosteniamo una visione che non ha paura del simbolico, del visionario, dell’invisibile.


Allora il Silenzio

Ogni parola nasce da ciò che è stato taciuto.
Il silenzio non è assenza, ma campo di forze:
il luogo dove le immagini si depositano e da cui emergono.


Il Noi

Il noi di EXIT non è una comunità già formata, non è un’identità, non è un corpo compatto.

Il noi di Exit è un noi-porto, uno spazio: un campo che si apre quando qualcuno arriva, quando una voce si affaccia al margine, quando una lingua tocca un’altra lingua.

È un noi intermittente, momentaneo, reale proprio perché fragile.
Un noi che non pretende continuità, non chiede appartenenza, accoglie convergenze spontanee e presenze che non devono durare.

Se fosse un noi stabile e identitario, ricadrebbe nella stessa forma coercitiva dell’io. L’io borghese si impone come centro; un noi solido si imporrebbe come totalità. Entrambi creano confini, regole, perimetri, fedeltà. Ed è proprio questa forma che EXIT rifiuta.

Per questo il nostro noi è un luogo, non un soggetto. Una postura, non una bandiera. Un campo magnetico che si accende e si spegne a seconda di chi passa.

Il noi di Exit non descrive ciò che siamo: chiama ciò che può accadere.
Non rappresenta la comunità, ma la possibilità stessa della relazione.

È un approdo temporaneo, una risonanza collettiva, un cerchio che si forma senza chiudersi.

Il noi è l’ultimo corollario del porto:
una presenza condivisa che non vincola,
un incontro senza durata obbligata,
una forma di vicinanza che non pretende identità.


Questo è EXIT

Un varco più che una dottrina.
Una direzione, non una definizione.
Un porto sempre aperto, sempre attraversato.

 

 

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